Questo Post è per me emotivamente molto importante.
Infatti, "I can't Feel at Home in this World Anymore" nella versione delle Two Gospel Keys era il brano che i miei genitori mi suonavano come ninna nanna per addormentarmi.
Era tratto da uno di quei formidabili LP della Folkways, che hanno fatto la storia della nostra Musica: si chiamava "Jazz Vol. 1: The South" e ancora lo conservo con cura.
The Two Gospel Keys erano due arzille signore che, con chitarra e tamburello, si esibivano come street singer, cantando le lodi al Signore e testimoniando così la propria fede.
Ma oggi voglio lasciare la parola a Moses Asch -il fondatore della Folkways- e riportare per intero ciò che egli scrisse nella presentazione di queste due artiste, nell'anno 1950.
Consapevole che, di dischi così, oggi non se ne fanno più.
"The Two Gospel Keys, Mother Jones and her Partner Emma Daniel, are itinerant street singers now in their sixties, whom you might meet in the crowded negro section of any metropolitan city.
As singers on the road and as singers for the Church of God in Christ their repertoire, sung to the accompaniment of guitar and tambourine, recalls Spirtuals some of which date from slave days.
In the synthesis of such music, which reflects the influences of hymn tunes, there are thrilling examples of the germinating force of african elements, both in the stirring, curiously woven harmonies and in the spirited rhythms.
"I can't feel at Home in this World Anymore" opens in an evenly spaced balance of voices and guitar, then Mother Jones takes up her tambourine and the rhythms fizz with excitement"
Spero che questo brano vi possa regalare anche solo una piccola parte delle emozioni che ancora mi procura!
Per chi, come me, negli anni '60 si cimentava con la chitarra fingerpicking, il Reverendo Gary Davis -che vi abbiamo già presentato qui- rappresentava un modello inarrivabile, ma sempre presente.
Allora esistevano ben pochi metodi, con intavolature non particolarmente precise, nessun video e al massimo qualche foto di ardua interpretazione.
E allora non restava che ascoltare il vinile sino all'esaurimento delle energie, cercando di "tirar giù" qualche passaggio particolarmente difficile.
Per fortuna, però, esistevano anche brani più facili, come "Hesitation Blues", che -con un po' di pazienza e tanta tolleranza verso i propri limiti- alla fine in qualche modo riuscivano a dare un pizzico di soddisfazione...
"Hesitation Blues", però, aveva -e avrebbe in seguito avuto- una storia ben più lunga, che affondava le proprie radici negli albori del Jazz e sarebbe proseguita nel Country.
E i suoi versi -non sempre politicamente corretti- sono riusciti a sopravvivere anche agli anni del femminismo più radicale...
Oggi vi proponiamo una prima versione di Jelly Roll Morton, con la sua indiscussa maestria al piano...
Una versione veramente intrigante di Hal Bernard, un jazzista bianco che si fa sempre ascoltare con grande piacere....
Una delle innumerevoli registrazioni del grande Gary Davis...
E infine un video di Willie Nelson con Asleep at the Wheels che -sotto la supervisione del produttore Jerry Wexler, che nel nostro Blog abbiamo già incontrato qui- pochi anni fa unirono le loro forze per registrare alcuni classici Western Swing.
Come sempre, piuttosto che prendere posizione in inutili discussioni su quale sia la versione "più bella", preferiamo contemplare la capacità di un brano di vivere di vita propria e di reincarnarsi in molteplici e differenti esistenze.
Se Blind Willie Johnson fu il più famoso predicatore di strada degli anni a cavallo della Depressione, come potete leggere qui e qui...
Il Reverendo Gary Davis fu certamente colui che maggiormente contribuì a traghettare questo stile di vita e la Musica a esso associata nel Folk Revival degli Anni '60.
Ma lo fece partendo da lontano... proprio dagli Anni '30, con una seduta di registrazione sfortunata, perché -per molte ragioni- non ebbe la risonanza e il successo che avrebbe meritato.
Chitarrista poliedrico, capace di spaziare tra diverse tecniche -senza limitarsi a riproporre un set limitato di brani, come solitamente avveniva tra molti Bluesmen- Gary Davis a un certo punto "got Religion" e questo creò non pochi problemi, quando nel 1935 entrò per la prima volta in studio di registrazione.
Infatti, i tecnici della ARC si aspettavano di avere davanti un Bluesman, con il solito repertorio di Blues un po' tristi, un po' goderecci e certamente molto sporcaccioni e non la presero bene, quando il Reverendo si rifiutò di cantare questo genere di musica e volle cimentarsi solo in brani a carattere religioso...
Il Reverendo aveva la testa dura e nulla poté smuoverlo dalla sua decisione, per cui si limitò ad accompagnare Blind Boy Fuller e, quando fu il suo turno, a cantare tanto Gospel e solo un paio di Blues.
Tra l'altro, la cosa buffa è che questa sessione fu, invece, molto fortunata per Blind Boy Fuller, che da quel momento diventò uno dei Bluesmen più affermati, mentre il nostro Reverendo ritornò nell'anonimato da cui proveniva.
E così, da allora molti iniziarono a considerare Gary Davis un semplice imitatore di Blind Boy Fuller, mentre in realtà era stato proprio Gary Davis a insegnare al suo compagno di avventure a suonare decentemente la chitarra.
La Yazoo ha raccolto le incisioni di Blind Gary Davis del 1935 in un LP notevole, in cui spiccano alcuni brani che sarebbero poi diventati famosi, appunto, tra coloro che un quarto di secolo dopo avrebbero dimostrato ben altro amore nei confronti della sua Musica.
Oggi vi presentiamo "Have More Faith in Jesus". E' suonata nella forma di DO, forse la più comune per il Reverendo e presenta passaggi musicali e strofe molto interessanti.
"It's all I want, all I want
It's all I want, children, just a little more faith in my Jesus. (...)
One day as I was walkin' along
Just a little more faith in my Jesus
Heard a little voice and I saw no one
Just a little more faith in my Jesus
Tell me what do you reckon it said to me
Need a little more faith in my Jesus
Said, my sins are forgiven and my soul set free
To have little more faith in my Jesus."
Il secondo brano è "The Angel's Message to Me", suonato nell'inusuale posizione di FA, che Gary Davis avrebbe comunque utilizzato in futuro anche in due suoi famosi pezzi strumentali: "Soldier's Drill" e "Devil's Dream". A testimonianza della sua originalità e capacità alla chitarra.
"I'm goin' home to see my Jesus
I'm goin' home to see my Lord
I'm goin' home to see my Jesus
Where there's a mansion all prepared for me. (...)
Now in the times I'm goin' alone
Don't know what to do or say
I've cast my cap to Jesus
And asked him to teach me to pray."
In un prossimo Post, presenteremo l'LP che la Yazoo ha dedicato a Blind Boy Fuller e siamo certi che emergerà chiaramente la differenza tra le esecuzioni, pur interessanti e piacevoli, di questo artista più furbo che dotato e la genialità del grande Reverendo...
Vi abbiamo già presentato Blind Willie Johnson nella sezione L'altra Faccia del Blues: il Gospel, con un Post dedicato ai Predicatori di Strada.
Ora ci occupiamo in dettaglio dell'ottimo LP "Praise God I'm Satisfied", che la Yazoo Records pubblicò nella seconda metà degli anni '70 e che raccoglie alcune tra le sue migliori incisioni, effettuate tra il 1927 e il 1930.
In questo LP, spiccano particolarmente la sua notevole tecnica Slide alla chitarra e la voce da Falso Basso, per cui Blind Willie Johnson era ed è giustamente famoso.
In molte di queste incisioni, vi è anche la presenza di un'eccellente voce femminile, che un tempo si credeva fosse della moglie Angeline, ma che in seguito si scoprì essere di Willie B. Harris, che fu la sua prima moglie.
Anzi, forse lo era anche quando Blind Willie Johnson sposò Angeline...
O forse no... Forse Blind Willie Johnson conviveva con Willie B. Harris e durante questa convivenza decise di sposarsi con Angeline...
Insomma, potete capire come il Nostro, seppure limitato dalla cecità e impegnato a predicare con fervore la Buona Novella... fosse certamente un tipo vivace.
Anche sulle cause della sua cecità, le notizie sono scarse e contraddittorie.
Infatti, per un certo tempo questa cecità venne attribuita al carbonato di potassio, che la matrigna gli avrebbe gettato in faccia quando era ancora bambino, durante una lite con il padre.
Però Blind Willie Johnson, forse vergognandosi di questa spiegazione, attribuiva la sua cecità all'aver usato a lungo gli occhiali da vista di un'altra persona... Ma c'è anche chi dice che il ragazzo restò cieco, dopo aver guardato un'eclisse attraverso il vetro di una bottiglia...
Come spesso accade, ottenere notizie precise sui Musicisti di quest'epoca non è certo facile e allora lasciamo parlare direttamente Blind Willie Johnson, con questi due brani.
Il primo è il famoso "Dark was the Night, Cold was the Ground", che venne addirittura scelto dalla NASA per essere inviato nel 1977 nello spazio -in un disco che contiene immagini e suoni terrestri, oltre a brani, tra gli altri, di Bach, Mozart, Beethoven, Chuck Berry- come testimonianza della sensibilità e creatività umana, da presentare a eventuali esseri di altri mondi.
In esso non vi è canto, ma la slide guitar accompagna un mormorio-lamento-lallazione, che parte dall'anima ed è probabilmente la più semplice e profonda testimonianza che noi conosciamo di che cosa sia l'umanità che ci accomuna...
Il secondo brano, invece, è "When the War was On", una reminiscenza della prima Guerra Mondiale e della cartolina precetto, ricevuta da tanti giovani americani, per andare a combattere il Kaiser ed è la prova di come un cantante di strada fosse attento a scegliere temi di recente attualità, che certamente avevano una forte presa sui suoi ascoltatori.
Well, it's just about a few years and some months ago,
United State Congress voted for war.
Sam, he called the men from the East and the West,
They're right on board because they proved our best. (...)
Well, boys shook the Germans, holdin' by the leg,
Would have brought the Kaiser, but he run too fast. (...)
Tax gettin' heavy, hard to pay,
Helped the boys over across the sea.
Stood in water up to their knee,
Faced the Kaiser for their girl and me.
Buon ascolto di questo Artista, unico nel variegato panorama dei cantori di un'epoca, in cui certo non mancavano personaggi originali.
Una delle figure più interessanti e genuine nella nascita e nella trasmissione del Gospel è rappresentata dai predicatori-musicisti di strada.
A volte ciechi, era facile trovarli a qualche crocicchio, con una chitarra possibilmente dal volume corposo, a cantare per ore la Buona Novella.
I loro brani a volte miravano a spaventare gli ascoltatori per redimerli, con terribili descrizioni delle fiamme dell'inferno, ma...
Molto spesso testimoniavano della grande gioia che la Redenzione e la Rinascita interiore avevano portato nella loro vita e avrebbero potuto portare nella vita dei peccatori presenti.
Musicisti dalla forte personalità, erano in grado di influenzare positivamente i passanti, che spesso lasciavano loro qualche spicciolo, nella tazza che tenevano legata al collo.
In fondo la loro vita era speculare alla vita dei Bluesmen itineranti, che percorrevano le stesse strade e con cui a volte condividevano gli stessi angoli di strada.
Anzi, spesso i Bluesmen avevano nel loro repertorio anche brani della tradizione religiosa, il che -unito a tecniche chitarristiche comuni- ci fa capire ancora di più come Blues e Gospel affondino le loro radici nella stessa storia di uomini dall'esistenza particolarmente dura e a volte avventurosa.
E anche ai Predicatori di Strada poteva capitare di essere avvicinati da qualche Talent Scout, che li portava in sala d'incisione, sperando di farne piccole star tra il pubblico che acquistava dischi allora etichettati come "Race".
Il chitarrista-predicatore più famoso del periodo a cavallo della Grande Depressione fu certamente Blind Willie Johnson che, con la sua voce da Falso Basso, era in grado di incutere timore e speranza tra gli ascoltatori.
A Blind Willie Johnson dedicheremo due Post, quando ci occuperemo dei due ottimi LP della Yazoo, che raccolgono la sua produzione discografica, quindi per ora ci limitiamo a presentarvi questi due brani e una trascrizione di alcune loro parti.
Perché nel Gospel le parole sono importanti almeno quanto la Musica.
Il primo brano, "Jesus is Coming Soon", prende spunto dalla terribile epidemia di influenza del 1918 -la famigerata "Spagnola"- per presentarla come punizione per i comportamenti peccaminosi e segno degli Ultimi Giorni che stanno per arrivare.
"In the year of nineteen and eighteen,
God sent a mighty disease.
It killed so many a thousand,
On land and on the seas. (...)
Well, it's God that's warning the nation,
He's a-warnin' them every way.
To turn away from the evil eye,
And seek the Lord and Pray."
Il secondo brano è "Praise God I'm Satisfied" e -al contrario- presenta versi entusiastici come questi:
"I've found the mountain dreary,
Glad I wasn't ascendin' alone
And How well my Saviour found me
For to claim me for His own.
Placed His arms about me,
And He drawed me to His side, all right,
I might be a child of His,
Praise God I'm Satisfied. (...)
Well it gave me joy and gladness
For the clouds He rolled away.
While am I left on earth singin' His praises,
How glad I'm today."
Arrivederci alla prossima settimana, con un Post sull'interessante LP della Yazoo L-1058 "Blind Willie Johnson: Praise God I'm Satisfied", che -oltre a questi due brani- raccoglie altri pezzi fondamentali di questo ineguagliabile Predicatore di Strada.
La migrazione di milioni di Neri dalle campagne del Sud verso le meno ostili città del Nord comportò grandi trasformazioni sociali, culturali e musicali.
Nello spostamento di queste masse di lavoratori, il Gospel subì trasformazioni per tanti versi simili e speculari a quelle subite dal Blues e di cui ci siamo già occupati in questo Blog.
Infatti, il nuovo mondo in cui ci si stava inserendo, richiedeva nuove forme di divertimento e preghiera e quindi nuovi generi musicali o, quanto meno, una rivisitazione dei precedenti, che avevano fatto da colonna sonora a una vita radicalmente differente.
Al cuore dei Movimenti Pentecostali, che tanto influirono sulla Musica dei Neri, vi erano l'idea e la pratica di una rinascita spirituale, che portava a essere persone radicalmente altre, rispetto a come si era prima di questa conversione.
La diffusione su larga scala del Pentecostalismo avvenne soprattutto grazie a due grandi Revival che si tennero a Topeka, Kansas, nel 1901 e ad Azusa Street di Los Angeles. Addirittura, quest'ultimo Revival, iniziato nel 1906, durò per diversi anni.
Certamente chi tornava a casa, dopo un'esperienza emotiva così profonda, portava con sé il desiderio di testimoniare nella propria comunità la gioia che il suo nuovo stato di Rinato gli procurava.
Le tre congregazioni pentecostali che ben presto si radicarono nei principali centri urbani del Nord furono la Church of God in Christ (la COGIC che già abbiamo incontrato, parlando di Arizona Dranes), The United Holy Church e la Fire-Baptized Holiness.
Fu grazie a queste congregazioni che durante i servizi religiosi venne non solo ammessa, ma addirittura favorita la presenza di strumenti musicali.
E così, già intorno al 1890 erano presenti in chiesa il piano e la chitarra, mentre il saxofono entrò in scena verso il 1920-30.
Non è difficile immaginare come il fervore religioso e la presenza di una Musica mirata a rinforzarlo ulteriormente potessero creare un mix esplosivo, che per certi aspetti poteva far concorrenza alla musica da ballo, che si andava sviluppando negli stessi anni.
Ma la diffusione degli strumenti musicali non portò semplicemente ad abbracciare ritmi e armonie mondane, bensì creò appunto qualcosa di nuovo...
Una rivisitazione originale di idee musicali che già erano presenti tra la popolazione di colore.
E' questa la Musica che viene chiamata Santificata e che affonda le proprie radici nella tradizione nera, ma è rinforzata dalla fede.
E che continua ancora ai nostri giorni, come si può ben vedere nel primo di questi video e ancor di più nel secondo: una sorta di "jam session religiosa", da cui è difficile non lasciarsi coinvolgere.
Nella diffusione della cultura -e in particolare della musica- afroamericana, i Minstrel Show rappresentano certamente uno dei fenomeni più controversi.
Nati all'inizio dell'Ottocento e proseguiti per oltre un secolo, questi spettacoli inizialmente proponevano attori, ballerini e cantanti bianchi, con il viso platealmente dipinto di nero, grazie a dosi massicce di carbone o lucido da scarpe.
Veniva così fatta una grossolana caricatura sia dei tratti somatici sia della goffaggine che, secondo il pubblico bianco, caratterizzavano prima gli schiavi e poi i neri liberati.
Un fenomeno, quindi, che oggi verrebbe giustamente qualificato come razzista.
Però, attraverso questa forma di spettacolo, molti bianchi entrarono in contatto per la prima volta con un'espressione, sia pure appunto caricaturale, della cultura nera.
Per di più, con la fine della schiavitù, molti blackface vennero sostituiti da Neri veri, che ebbero così l'opportunità sia di guadagnare, sia di portare nelle piazze e nei teatri una parvenza più reale delle proprie tradizioni.
Questi Minstrel Show ebbero fortuna anche perché la vita della comunità nera veniva sempre rappresentata come ingenuamente felice e questo permetteva certamente al pubblico bianco più sensibile di alleviare i propri sensi di colpa per il passato schiavista.
In fondo, se i neri appena liberati erano così felici, la schiavitù non doveva essere poi stata una tragedia così intollerabile...
Che piaccia o meno, i Minstrel Show furono la prima forma di intrattenimento originariamente americana, che diede poi vita al Vaudeville e ad altre forme di spettacolo più sofisticate e non razziste.
La stessa musica proposta divenne sempre meno caricaturale e più interessante.
Anzi, l'inserimento di musica religiosa rivitalizzò i Minstrel Show, dando loro una maggior dignità culturale e permettendo a questa musica di essere conosciuta da un pubblico sempre più ampio.
Non c'è quindi da stupirsi se diversi esponenti della cultura afroamericana -come ad esempio W. C. Handy- dimostrarono simpatia e apprezzamento per i Minstrel Show, di cui seppero vedere non solo l'evidente componente razzista, ma anche le opportunità che essi offrivano per la loro cultura.
Ma come poté un fenomeno nato da presupposti così negativi generare poi altri fenomeni ben più interessanti e positivi?
La risposta sta probabilmente nel fatto che gli artisti neri seppero -più o meno consapevolmente- prima strizzare l'occhio alle componenti più razziste del loro pubblico bianco, per poi conquistarlo con la loro Musica.
Per quanto riguarda gli Spirituals, essi ebbero nei Minstrel Show lo stesso destino che incontrarono negli spettacoli Jubelee (che vi abbiamo presentato qui) perché, pur differenziandosi da quanto veniva realmente cantato nelle chiese del Sud, di cui erano una forma slavata....
Contribuirono tuttavia a creare un interesse generale, che ha poi permesso prima agli Spirituals stessi e poi ai Gospel di giungere sino a noi.
Questo nostro Blog all'inizio era certamente "ballocentrico" e risentiva della mia attività di DJ.
Dopo che ho abbandonato la consolle, sono tornato a una Musica molto più Roots e meno commerciale, che è poi quella da cui sono partito tanti anni fa...
E così, il brano di oggi risale addirittura al 1909 ed è la prima registrazione di cui si abbia notizia dei Fisk Jubelee Singers: "Sweet Low Sweet Chariot".
Le condizioni dei Neri dopo la fine della schiavitù migliorarono sì, ma non di molto, in quanto ben presto il Ku Klux Klan, i linciaggi, le leggi restrittive e il clima culturale del Sud fecero capire che destino aspettasse i Neri liberati.
Le Chiese divennero così il luogo reale e simbolico in cui i Neri potevano radunarsi e mantenere una propria identità sociale e culturale, rafforzando il proprio senso di appartenenza a una Comunità, che li preservava dalla disperazione individuale.
In queste chiese, come sappiamo, il canto svolgeva un ruolo fondamentale e gradatamente questi canti presero una forma più strutturata.
Quando poi alcuni Neri iniziarono ad avere una propria Università e a sviluppare le proprie conoscenze musicali e non solo, le basi erano pronte per la diffusione più ampia e più articolata degli Spirituals, che sino allora erano fondati principalmente sull'inventiva delle singole comunità.
In questo percorso, la Fisk University, aperta nel 1866 a Nashville dall'American Missionary Association, svolse un ruolo importante.
Infatti, nata come Fisk Freed Colored School, ben presto si trovò in cattive acque e, per finanziarsi, organizzò una serie di concerti del proprio coro, che ebbero un imprevisto e ampio successo, anche presso persone che non avrebbero certo frequentato le chiese del Sud.
In realtà, i loro canti non erano esattamente i canti che accompagnavano le funzioni religiose di queste chiese, ma un loro riarrangiamento, che risentiva della formazione classica del coro.
Ci si trovò così nella curiosa situazione per cui gli Spirituals iniziarono a godere di una certa popolarità, ma non nella loro versione originale (che possiamo considerare la più "vera"), ma appunto in una nuova versione culturalmente più adatta per un pubblico meno spontaneo, rispetto a quello che componeva le congregazioni del Sud.
Infatti, gli arrangiamenti per Soprano, Alto, Tenore e Basso risultavano gradevoli anche per un pubblico bianco e questo portò i Fisk Jubelee Singers ad esibirsi addirittura per il presidente americano Ulysse Grant o la Regina Vittoria.
Il successo dei Fisk Jubelee Singers contribuì alla nascita di molti altri gruppi canori, alla pubblicazione di spartiti e alla creazione di un nuovo nome per questo genere Musicale, che aveva sì testi simili agli Spirituals, ma ormai musicalmente se ne discostava parecchio: nome che fu, appunto,,, "Jubelee".
Oltre a "Sweet Low Sweet Chariot" del 1909, vi proponiamo anche un breve documentario, che permette di farsi un'idea della Fisk University e della Musica che è oggi cantata dal suo coro, giustamente orgoglioso di una tradizione così lunga e consolidata.
Fondamento della Musica Gospel è la presenza reale di Dio.
Non un Dio astratto, lontano tra le nuvole o perso in uno sterile trattato di teologia, ma il Dio capace di convertire in un attimo la vita di un uomo e di una donna, per poi risiedere costantemente nel loro cuore.
Questa conversione -questa trasformazione in qualcosa di radicalmente altro, rispetto all'esistenza precedente- è il Gospel, la Buona Novella affermata con tanto vigore nella Musica cantata dalle congregazioni religiose nere del Sud e da lì poi diffusasi in altre aree degli Stati Uniti e del mondo.
Vi abbiamo già parlato dei Prisonaires e della loro storia di pericolosi criminali, che nel carcere trovarono una nuova vita e iniziarono addirittura una carriera musicale di successo.
Oggi vi presentiamo la loro versione di "My God is Real", un Gospel commovente, che nasce dal cuore e giunge direttamente al cuore di chi lo ascolta, qualunque siano le sue convinzioni religiose.
E vi presentiamo anche la versione di Mahalia Jackson, certamente più "impostata", ma altrettanto toccante.
Infine, concludiamo la presentazione di "My God is Real" con le versioni di Johnny Cash e Jerry Lee Lewis, che furono due grandi amanti del Gospel, nei cui confronti riconobbero sempre il proprio debito musicale e non solo.
Certo è curioso che, tra gli appassionati della Musica degli Anni '50, a volte paia che Johnny Cash abbia passato la propria vita a mostrare, strafatto, il dito medio o che...
Jerry Lee Lewis sia stato solo il campione mondiale della trasgressione e si dimentichi, invece, come...
La carriera musicale e il percorso esistenziale di questi due Artisti sarebbero incomprensibili, senza la consapevolezza di come abbiano affondato le proprie radici nel Gospel.
Eccovi, dunque, queste quattro versioni di "My God is Real", precedute dalle sue delicate parole, dalle quali emerge una fede all'apparenza semplice, ma in realtà estremamente profonda.
There are some things
I may not know
There are some places
Oh Lord, I cannot go
But I am sure
Of this one thing
That God is real
For I can feel
Him in my soul
Yes, God is real
Oh, He's real in my soul
Yes, God is real
For He has me washed
And made me whole
His love for me
Is just like pure gold, oh Lord
My God is real
For I can feel
Him in my soul
Non mi ha mai convinto la definizione del Blues come "Musica del Diavolo".
Anche da ragazzo, negli Anni '60, quando condividevo con alcuni amici l'amore per il Blues e con essi lo ascoltavo, discutevo e suonavo, non sentivo odore di zolfo, ma mi sembrava di immergermi profondamente nell'anima dell'Uomo.
Ora, che ho una maggior conoscenza della storia del Blues e una maggior esperienza di Vita, sono ancora più certo che il Blues sia una delle forme esistenziali e artistiche più nobili, per esprimere quanto di più profondo vi è nell'essere umano: condizioni di vita degradanti, dolore che giunge alla disperazione, solitudine apparentemente senza rimedio, ma anche voglia di divertirsi, di stare con altri e di andare al di là dei propri limiti attuali.
Solo il bigottismo in campo religioso e -in campo opposto- un romanticismo preso troppo sul serio, possono portare a credere veramente che il Diavolo sia il padrone del Blues e lo usi per i suoi turpi scopi...
Ruth Brown -la grande cantante Rhythm & Blues di cui ci siamo già occupati qui e qui- nel corso di un'intervista, concessa nel pieno della propria maturità artistica e umana, pronunciò alcune frasi illuminanti, che costituiscono un radicale superamento della contrapposizione tra Blues e Gospel.
Infatti, in un passaggio fortemente autobiografico, affermò che da giovane le era stato insegnato che il Blues non è la musica giusta per un buon cristiano.
Ma, come crebbe e divenne una donna che conosce veramente la vita, capì che anche il miglior cristiano prima o poi ha avuto il Blues.
Anzi, in questa intervista affermò testualmente:
"E' proprio quando tu hai il Blues, che vai da Cristo per chiedere aiuto. Capisci? Quando si è così giù che non ce la si fa più, è proprio allora che ognuno salta dall'altra parte ed esclama: Dio, abbi pietà!
Persino quando cantano il Blues, le persone dicono: Dio, abbi pietà, abbi pietà di me! Persino all'interno della singola canzone.
Certo, il Blues può essere osceno e persino sarcastico, ma può essere anche molto caldo. E quando canti il Blues, puoi dare voce a molte persone. Ancora una volta: non è ciò che fai, ma come lo fai!" ( Chip Deffaa, Blues Rhyhtms, pp 20 sg.)
Nel 1961, Ruth Brown incise a Nashville un LP di brani Gospel, che a noi piace particolarmente e, anzi, vorremmo proporvelo tutto, ma -per ovvi motivi di spazio- ci limitiamo a un solo brano.
E, allora, scegliamo la bella e tradizionale "Just a closer walk with Thee", ispirata a un passaggio della Seconda Lettera di Paolo ai Corinzi e che, tra l'altro, è il brano che più di sovente è stato suonato per accompagnare il viaggio finale, durante i funerali di New Orleans.
Just a closer walk with Thee,
Grant it, Jesus, is my plea,
Daily walking close to Thee,
Let it be, dear Lord, let it be
I am weak, but Thou art strong,
Jesus, keep me from all wrong,
I'll be satisfied as long
As I walk, let me walk close to Thee
When my feeble life is over,
Time for me will be no more,
Guide me gently, safely over
to Thy kingdom shore, to Thy shore
Da questo testo, traspaiono alcuni dei cardini della musica Gospel: la consapevolezza della propria debolezza, l'affidarsi alla forza del Signore e la fiducia che, alla fine della vita, un destino di pace ci attenderà.
Avremo modo, nei prossimi Post, di approfondire questi aspetti che, con sfumature differenti, vengono continuamente riaffermati dal Gospel.
La Buona Novella, appunto... Che affonda le proprie radici nell'esperienza umana cantata dal Blues.
Per quanto riguarda l'origine degli Spirituals, gli studiosi hanno sviluppato almeno due teorie, in netta contrapposizione tra loro.
Secondo la prima teoria, iniziata già durante il periodo della schiavitù, gli Spirituals esprimerebbero semplicemente il modo con cui i Neri si erano avvicinati al Cristianesimo.
Essi non avrebbero, quindi, un'origine "Africana", ma sarebbero solo una variante -in parte goffa e primitiva- della religiosità di matrice europea.
La seconda teoria, invece -cara tra l'altro ai Liberals degli Anni '60- afferma che gli Spirituals sarebbero la forma -camuffata sotto le spoglie del Cristianesimo- con cui gli schiavi avrebbero fatto proseguire le proprie tradizioni africane, che i loro padroni proibivano di manifestare in forma esplicita.
Solamente in un secondo momento -a partire dal Grande Risveglio del 1750-90 e il consolidamento di chiese gestite da neri- gli Spirituals sarebbero divenuti cristiani non solo nella forma, ma anche nella sostanza.
Io credo che entrambe le teorie abbiano un nucleo di verità, ma considerino solo un aspetto della complessa nascita degli Spirituals.
Penso, infatti, che gli Spirituals abbiano sì permesso agli schiavi di mantenere le proprie tradizioni e i propri riferimenti culturali, che sarebbero stati altrimenti violentemente sradicati, ma abbiano ben presto manifestato una sincera devozione, in cui...
Il cantare la liberazione degli Ebrei dall'Egitto o dalla schiavitù babilonese, oppure la liberazione dalle sofferenze umane in un paradiso ultraterreno, manifestavano l'aspirazione alla liberazione sia dalla schiavitù a cui erano soggetti, sia dalla generale sofferenza umana.
Naturalmente, come sempre accade quando si cerca di comprendere la nascita di un fenomeno sviluppatosi lungo un arco di tempo esteso e in diverse aree geografiche, per giunta documentato con poche testimonianze e molti pregiudizi, è praticamente impossibile giungere a una teoria certa e ben argomentata.
E così, il modo migliore per concludere questo Post è ascoltarci un bel Gospel, che con la sua carica interiore ci aiuta a capire come in fondo non sia importante una teoria della nascita degli Spirituals, ma il messaggio che essi hanno saputo veicolare...
Prima agli schiavi, poi ai Neri liberati, ma che ancora vivevano in difficilissime condizioni e infine a tutti gli uomini e le donne che hanno fatto propria la Buona Novella e cercano, tra mille debolezze, di viverla nell'esistenza quotidiana.
Eccovi, allora, un interessante video, girato da Alan Lomax nel 1978 presso la St. James Missionary Baptist Church di Canton.
Erano passati almeno un paio di secoli dalla nascita degli Spirituals, ma questo "I've been Redeemed" conservava ancora qualcosa di molto significativo di quel lontano periodo...
Tra i generi che sono confluiti nella Musica del dopoguerra, il Gospel è certamente tra i più trascurati.
Eppure, molti tra i fondatori della Musica degli Anni '50 -a partire dal cosiddetto Million Dollar Quartet, azzeccata definizione che riunisce Elvis, Johnny Cash, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis- hanno riconosciuto il proprio debito nei suoi confronti.
A noi pare che esistano almeno quattro modi di considerare il Gospel e, quindi, di ascoltarlo.
1) "Il Gospel è una musica certamente piacevole, ma che non ha particolari significati e perciò non si differenzia da altri generi musicali."
2) "Il Gospel è una musica certamente piacevole, che si differenzia da altre, perché è la testimonianza di come i Neri d'America professarono la loro fede. Fede che, però, non mi interessa."
3) "Il Gospel è una musica certamente piacevole, che si differenzia da altre, perché è la testimonianza di come i Neri d'America professarono la loro fede, In fondo, mi piacerebbe poter credere come quelle persone semplici che lo cantarono, ma la ragione mi dice che i suoi presupposti religiosi sono infondati."
4) "Il Gospel è una musica certamente piacevole, che si differenzia da altre, perché è la testimonianza di come i Neri d'America professarono la loro fede. Pur nelle differenze storiche e culturali, io credo che il Gospel mi riguardi profondamente e mi riconosco nel suo annuncio positivo, perché ho sperimentato la conversione di cui esso parla."
Come esempio di Gospel, iniziamo questa nuova sezione del nostro Blog con due brani di Arizona Dranes, una cantante non vedente ormai semisconosciuta, che incise prima della Grande Depressione e la cui Musica ebbe una notevole influenza su artisti del calibro di Fats Domino e Jerry Lee Lewis.
Arizona fu una delle più energiche predicatrici dell'epoca all'interno della COGIC, la Church of God in Christ, l'organizzazione religiosa che più contribuì a liberare le forme di canto e preghiera durante le funzioni liturgiche, permettendo così la nascita di un genere musicale in cui potevano esprimersi tratti comuni con il Blues e altri generi più secolari.
Fu scoperta a Dallas da Richard M. Jones, un talent scout della OKeh, che la spedì a Chicago con un'affettuosa lettera di presentazione: fatto, questo, piuttosto raro negli ambienti discografici dell'epoca e non solo.
Tra il 1924 e il 1928, la Dranes incise 30 facciate, tutte molto suggestive, in cui spiccano sia il suo entusiasmo canoro, sia la sua tecnica impetuosa al piano, capaci di dare un'espressione musicale al suo fervore religioso.
Tra l'altro, Arizona Dranes fu anche tra i primi esecutori a introdurre nel Gospel brani in 3/4, tempo che in seguito si evolse nel 12/8, così amato dagli artisti degli Anni '50.
Nonostante non sia più entrata in studio di registrazione dopo la Grande Depressione, questa ammirevole donna rimase attiva a lungo come artista e questo l'aiutò probabilmente a reggere i numerosi problemi di salute che l'afflissero.
Morì di arteriosclerosi nel 1963 e noi ricordiamo con affetto la sua personalità e la sua fede, proponendovi "God's got a Crown" e "He is my Story".
Musica con un cuore, che ci permette di riconoscerci pienamente nel modo #4 di ascoltare il Gospel.
Quando esercitavo come Dj, mi colpiva veramente molto la convinzione di diversi organizzatori e maestri di ballo, secondo i quali per i "balli swing" ci vorrebbero solo musiche suonate da neri, in periodi sempre più retrodatati, per cui alla fine...
Nemmeno le Big Band degli Anni 1935-1945 -in cui spesso spiccavano direttori e musicisti bianchi- sarebbero state adatte, per tenere in pista i loro ballerini.
E a nulla serviva ricordare loro che quell'epoca è conosciuta nella storia della Musica proprio come "Swing Era"...
Non parliamo poi degli Anni '50 -anch'essi ricchi di tante proposte Swing interessanti- ma che, ovviamente, in certi ambienti venivano subito bollati come gli anni dell'odiato Rock 'n' Roll.
Allora, dentro di me, sorridevo divertito, tornavo a casa e mi ascoltavo brani come questo "Tin Roof Blues" di Johnny Wiggs.
Per la cronaca: Wiggs (il cui vero nome era in realtà John Wiggington Hyman) era un ebreo e incise questo pezzo nell'Ottobre 1954.
Pochi mesi dopo che Elvis era entrato negli studi della Sun Records e proprio mentre il fenomeno del Rock'n' Roll stava per esplodere.
Comunque, è veramente curiosa la biografia di Johnny Wiggins, poiché egli fu sempre diviso tra la Musica e una professione più "regolare".
Nato a New Orleans, iniziò a suonare il violino e poi la cornetta, prima di trasferirsi a New York e tentare la fortuna nella scena musicale di quella grande città.
Ritornato a New Orleans sul finire degli Anni '20, iniziò a lavorare come insegnante di scuola con il proprio nome, mentre -con il nome d'arte, appunto, di Johnny Wiggs- continuava la propria carriera notturna nel mondo della Musica.
Per diversi anni, tentò di far convivere questi due aspetti della propria esistenza, ma negli Anni '40 l'amore per la Musica ebbe il sopravvento e così Johnny Wiggs soppiantò John Wiggington e iniziò a dirigere diverse Band e a registrare un certo numero di dischi.
Negli Anni '60 tornò a un'attività part time come musicista, sino a che nel decennio successivo la sua salute peggiorò e nel 1977 se ne andò, senza che la scena musicale si accorgesse particolarmente della sua scomparsa, nonostante la notevole mole di lavoro svolto durante la sua carriera.
E allora, cari organizzatori e maestri di ballo della galassia Swing, ogni tanto, per favore, ricordatevi anche di Artisti come Johnny Wiggs, nonostante fosse bianco e abbia avuto il culmine della propria carriera in anni che non amate particolarmente...
A beneficiarne saranno soprattutto la cultura e la sensibilità musicale dei vostri clienti.
Il motivo per cui oggi vi presento questo "Georgia Crawl" di Henry Williams ed Eddie Anthony è molto semplice.
Questo brano, infatti, era tra i miei preferiti nel doppio LP "The Story of the Blues", curato dal grande ricercatore Paul Oliver, verso cui tutti noi amanti del Blues abbiamo una riconoscenza e un debito infiniti.
Correva l'anno 1969 ed erano altri tempi...
Non esistevano Internet, iTunes e Spotify e i dischi li si andava a cercare il sabato pomeriggio o nei grandi negozi del centro città o in qualche negozietto specializzato, come Carù di Gallarate, meta di pellegrinaggi su treni che, al ritorno, sembravano sempre troppo lenti, tanta era la voglia di ascoltare i dischi che si erano appena acquistati...
Oppure, se durante l'anno proprio non si trovava ciò che si cercava, in estate si andava in autostop a Londra, in quel buco su Oxford Street in cui lì sì, si poteva trovare tutto, ma proprio tutto, della Musica che si amava.
E se gli LP non ci stavano nello zaino, si rinunciava a un paio di maglioni, che si sarebbero poi rimpianti, quando capitava di passare la notte a fianco di qualche svincolo, aspettando l'alba e un agognato nuovo passaggio.
Quell'amore per la Musica in generale e per un singolo brano in particolare -e per il supporto fisico, con le copertine che ingiallivano per il trascorrere dei decenni- non poteva finire, perché era parte della propria vita.
Allora, senza altri commenti, eccovi questo brano del 1928, con la speranza che possa veicolarvi anche solo una piccola parte delle emozioni che in me ancora risveglia!
No... Non mi sono sbagliato, inserendo questo Post nella sezione "Blues" del Blog.
So bene che Little Esther è stata una delle più famose cantanti Rhythm & Blues e, anzi, le abbiamo dedicato parte di un Post, accennando tra l'altro al suo triste destino.
Però, il brano del 1956 di cui ci occupiamo oggi presenta la struttura del Blues a 12 battute ed è utile per comprendere lo stretto rapporto che il Blues ha avuto con altre forme della musica americana dei Neri e non solo.
Inoltre, "If it's news to you" ha un bel bridge che, con i suoi accordi finali di II7 e V7, rilancia nuovamente la musica verso l'ossatura tradizionale a 12 battute, dopo aver compiuto una piacevole deviazione, lungo armonie non sempre usuali nella struttura più conosciuta del Blues.
Per quanto riguarda la biografia di Little Esther, questa artista iniziò, come tante sue coetanee, a cantare in Chiesa, per poi cimentarsi -dopo aver superato le resistenze iniziali della famiglia- con una Musica più secolare.
Una complicata relazione, quando era ancora minorenne, con la sua guida spirituale -che oggi verrebbe giustamente bollata come pedofila- e la vita on the road come cantante, intrapresa anche questa da giovanissima, ben presto presentarono il conto e così, nonostante la vigilanza di Johnny Otis, che l'aveva inizialmente presa nella propria Orchestra,...
Little Esther iniziò una dipendenza da alcol e droga, che avrebbe segnato pesantemente non solo la sua carriera, ma anche la sua vita.
Infatti, dopo aver lasciato l'Orchestra di Johnny Otis, non riuscì più per un certo periodo ad avere il successo a cui era abituata e questo -unito ad altre esperienze drammatiche, come l'essersi trovata nella stessa stanza in cui Johnny Ace nel 1954 si suicidò- contribuì ad aumentare le sue dipendenze.
Gli anni successivi furono segnati da un dentro e fuori da cliniche di riabilitazione e da Serate in piccoli locali, sino a che nel 1962 venne "riscoperta" e poté così riprendere una carriera di successo, sempre però minata dai problemi con la droga.
E seguendo percorsi musicali lontani dal Rhythm & Blues della sua giovinezza.
Morì nel 1984, a soli 48 anni, con il fegato e i reni ormai devastati dagli abusi, a cui non era riuscita a sottrarsi.
Anche per coloro che da una vita ascoltano Blues, certo non mancano le occasioni per restare meravigliati -e ammirati- innanzi alle mille pieghe che la Musica riesce a prendere.
Ad esempio, mi ha sempre incuriosito questo "Little City Woman" di Big Bill Broonzy, perché già nel 1953 presentava un beat e un assolo di chitarra che anticipavano molti tratti di quella musica bianca, che sarebbe poi stata chiamata Rockabilly.
La storia personale di Big Bill Broonzy percorre tutta la storia collettiva del Blues, dalle campagne del Delta sino ai locali di Chicago...
Per terminare poi al di qua dell'oceano, quando Big Bill si trovò al centro dell'interesse del pubblico europeo nei confronti del Blues, negli anni immediatamente antecedenti la sua morte, per un tumore alla gola, nell'Agosto del 1958.
Situazione questa in cui, anticipando Sonny Boy Williamson II (di cui vi abbiamo parlato qui), seppe giocare a proprio favore con l'affetto, la curiosità e soprattutto... l'ingenuità del nuovo pubblico, composto ora da soli Bianchi.
Ma torniamo al 1953 e a "Little City Woman".
Il brano è importante, in quanto testimonia, ancora una volta, ciò che tentiamo di sottolineare con questo Blog...
La continua intersezione tra generi musicali diversi, in un processo ricco e complesso, che non è riconducibile -come vorrebbe una semplice vulgata, politicamente corretta- alla certezza che i Bianchi avrebbero derubato i poveri Neri persino della loro Musica.
La realtà è sempre più complessa dell'ideologia e un minimo di conoscenza della storia della musica popolare americana permette di capire come a un certo punto qualcosa di nuovo fosse nell'aria e...
In diverse aree geografiche e culturali degli Stati Uniti esso riuscì a prendere forma.
E così, ecco questo disco, inciso da un Nero a Chicago per la Chess, ma che non avrebbe certo sfigurato nemmeno nel catalogo della Sun Records, laggiù a Memphis, Tennessee, dove nacque il Rockabilly dei Bianchi...
Dopo Little Walter, di cui vi abbiamo parlato in questi Post (1, 2 e 3) l'armonicista che maggiormente influenzò il Chicago Blues degli Anni '50 fu certamente Sonny Boy Williamson II (Rice Miller).
Vi abbiamo già parlato anche di questo Artista, per la precisione in un Post dedicato alle Classifiche Rhythm & Blues del 1947 e al bel pezzo "Shake that Boogie" di Sonny Boy Williamson I (John Lee).
E vi abbiamo già raccontato come l'astuto Rice Miller, all'inizio della propria carriera, si fosse appropriato del nome d'arte del più famoso armonicista e di come addirittura...
Dopo la tragica morte di quest'ultimo, collaborò attivamente al tentativo di alcuni discografici, per far credere al pubblico che il vero Sonny Boy Williamson fosse ancora in vita e fosse proprio lui.
Alla fine, tra furbizie e mancanza di scrupoli, Rice Miller riuscì a farsi strada nel mondo del Blues e ad avere come unica conseguenza dei suoi tentativi di soppiantare l'originale Sonny Boy Williamson quel II, che da allora rimase indelebilmente legato al suo nome.
Comunque, al di là di questo furto di personalità, resta il fatto che Sonny Boy Williamson II fu un ottimo armonicista, di cui ci restano storiche incisioni e alcuni video interessanti.
La prima parte della sua vita è difficile da ricostruire perché -anche in un ambiente come quello dei bluesmen, così propensi a romanzare la propria storia- certamente Rice Miller non ebbe rivali nel confondere le acque e nell'inventarsi aneddoti e fatti che potessero incrementare la sua fama.
Così, storia e leggenda sono indissolubilmente legati, in un gioco in cui spetta al nostro intuito tentare di separare finzione e realtà.
E allora, se resta molto aleatoria l'eventualità che Sonny Boy Williamson II abbia avuto l'occasione di suonare con Robert Johnson...
E' , invece, sicuro che fu proprio lui a portare in studio Elmore James, per quella che fu la prima versione del suo grande successo "Dust my Broom", ripreso appunto dall'originale di Robert Johnson.
Inutile dire che un personaggio così estroso diede il meglio del proprio istrionismo quando, dal 1963, ebbe l'occasione di girare l'Europa con l'American Folk Blues Festival.
Fu in quelle serate che, davanti a un pubblico ingenuo e adorante, Rice Miller poté sfoderare tutto il suo bagaglio di trucchi e gigionerie, contribuendo a creare in Europa quell'immagine romantica e patinata, che caratterizzò il Blues degli Anni '60.
A distanza di mezzo secolo, l'eredità di Rice Miller è passata attraverso generazioni di armonicisti, che hanno metabolizzato i suoi licks e il suo approccio ironico al Blues.
Oggi ve lo proponiamo in un paio di Video.
Il primo è "Nine Below Zero", in cui Sonny Boy racconta coma una donna abbia aspettato, per buttarlo fuori di casa per un altro uomo, che ci fossero ben 9 gradi sotto zero...
Naturalmente, il nostro eroe aveva dato a questa donna crudele il proprio amore, il proprio denaro... insomma, veramente tutto.
Il secondo è "Keep it to Yourself", in cui si può ammirare una memorabile entrata in scena di Sonny Boy Williamson.
Nel Post precedente, vi abbiamo proposto il bel brano "The Blues had a Baby" e abbiamo accennato a pensieri non detti, che trapelano dal canto di Muddy Waters.
Il primo che ci pare di cogliere è che sì, il Blues ebbe un bambino, questo bambino fu chiamato Rock 'n' Roll, ma... si dimostrò un figlio molto ingrato.
Infatti, il Rock 'n' Roll -in particolare quando divenne la colonna sonora di adolescenti preoccupati da scuola, chewing gum e primi amorini- decretò di fatto la fine, o almeno un brusco arresto, della carriera di quei bluesmen, che sino allora erano stati al centro dell'attenzione.
Così, non solo Louis Jordan e tanti esponenti Rhythm & Blues passarono improvvisamente dalla vetta delle classifiche all'oscurità, ma anche molti cantori del Blues videro crollare la vendita di dischi e la richiesta di Serate.
Se alcuni, come il flemmatico Muddy Waters, seppero farsene una ragione e aspettarono tempi migliori, che si presentarono dopo circa un decennio, con il Blues Revival...
Altri considerarono la nuova situazione quasi come un affronto personale e accentuarono quei comportamenti autodistruttivi -come la recriminazione, l'alcol e la violenza- che li avrebbero portati a una fine prematura.
Vi abbiamo già raccontato, ad esempio, come il povero Little Walter morì a soli 38 anni, per i postumi di una botta presa durante una lite, ma ancora più desolante fu il periodo che precedette questa sua triste fine.
Al punto che, probabilmente, aveva ragione Muddy Waters, quando ebbe a dire che Little Walter era già morto dieci anni prima di morire...
Devastato dall'alcol, che lo rendeva sempre più inaffidabile, Little Walter aveva perso anche buona parte delle sue capacità artistiche e faticava non solo a lavorare, ma anche a tenersi una Band.
Erano, infatti, parecchi i musicisti che lo lasciavano, dopo averlo visto per l'ennesima volta brandire durante un alterco la pistola, con mano insicura e mente ancora più malferma.
Noi oggi ricordiamo Little Walter e tutti i Bluesmen che non riuscirono a sopravvivere artisticamente al Rock 'n' Roll, proponendovi la cerimonia con cui nel 2008 egli venne indotto nella Rock 'n' Roll Hall of Fame...
Con le commoventi parole di Ben Harper e l'esecuzione, da parte del leggendario James Cotton, dei due classici, a cui il nome di Little Walter è perennemente legato: "Juke" e "My Babe".
"To pass through Life
You have to pass through the Blues
And to pass through the Blues
You have to pass through Little Walter"
Ma non senza prima proporvi "Blue Midnight" del 1952, uno dei brani strumentali all'armonica più struggenti che noi conosciamo.
Il Blues, in modo più o meno esplicito, è alle radici di tutta la musica pop contemporanea.
Il suo giro armonico ormai consolidato, con quelle 12 battute rilanciate in continuazione da incalzanti turnaround...
Le sue note "strane", note blues appunto, a cui la scrittura occidentale assegna un posto ben definito, a metà tra una nota più alta e una più bassa, ma che in realtà sono "da qualche parte" in quello spazio sonoro, fluide e irriverenti verso ogni tentativo di localizzazione...
Il dar voce ai sentimenti più profondi dell'anima umana, così centrati sulla quotidianità, ma nello stesso tempo tesi verso dimensioni più elevate...
Quell'invocazione "Oh, Lord", proprio mentre il cantante pare essere schiacciato dal peso di un dolore individuale e collettivo, che non gli lascia tregua...
L'autoironia, quasi sempre presente -anche quando un uomo o una donna si presentano come l'ultimo dei derelitti- e che li salva, rendendoli attivi in un mondo che li stava riducendo a poco più di una cosa senza valore...
Ecco, questi e altri elementi sono entrati direttamente nel Rock 'n' Roll e da lì hanno poi contaminato buona parte della musica successiva.
E allora, aveva ragione Muddy Waters, quando cantava che il Blues era rimasto gravido, aveva partorito un bambino e questo bambino era stato chiamato Rock 'n' Roll.
Oggi vi proponiamo alcune delle strofe che solitamente egli cantava e una esibizione live del 1977 in Inghilterra, in cui -tra le righe- forse si possono leggere molti pensieri che Muddy Waters preferiva tenere per sé...
Well all you people, you know the Blues got a soul
This is a story, a story never been told
Well you know the Blues got pregnant
And they named the baby Rock 'n' Roll.
Muddy Water said it, you know the Blues got a soul
James Brown said it, you know the Blues got a soul
Well the Blues had a baby
And they named it Rock 'n' Roll.
Ray Charles said it, you know the Blues got a soul
John Lee Hooker said it, you know the Blues got a soul
Well the Blues had a baby
And they named it Rock 'n' Roll.
Otis Redding said it, you know the Blues got a soul
Queen Victoria said it, you know the Blues got a soul
In un Post precedente, dedicato alle classifiche Rhythm & Blues nel 1952, vi abbiamo già parlato di "Juke" di Little Walter.
"Juke" non solo fu il primo disco di successo con l'armonica amplificata nella storia della musica dei Neri d'America, ma fu anche il primo e unico brano di un armonicista a giungere in vetta alle classifiche di vendita.
Certo, già prima altri armonicisti come Sonny Boy Williamson I (John Lee) avevano usato un microfono, ma lo avevano fatto semplicemente per aumentare il volume del proprio strumento e poter competere con altri strumenti della Band, in particolare la chitarra.
Little Walter fu, invece, il primo a utilizzare il microfono come estensione dell'armonica, creando timbri e distorsioni che non erano mai stati ancora tentati.
Il suo successo fu tale che da allora, per diverso tempo, le blues band che vollero lavorare a Chicago dovettero avere nel proprio organico anche un abile suonatore di armonica. Ma, probabilmente, nessuno raggiunse la pulizia e la capacità di trasmettere la propria energia interiore come Little Walter.
Dopo di lui, tra l'altro, l'armonica amplificata prese altre strade, spesso più muscolari.
Riascoltare "Juke" -e, più in generale, la discografia completa di Little Walter- significa così tornare a una Musica essenziale, da cui traspare l'anima di un Artista.
Per i più pigri, che non vogliono andare al nostro vecchio Post su "Juke", riproponiamo ancora una volta questo brano stupendo.
A tutti, poi, proponiamo un Video, con Little Walter che suona il suo "Little Walter's Jump", durante una tappa europea dell'American Folk Blues Festival del 1967.
L'ambiente asettico di un teatro è ben distante dai luoghi in cui Little Walter e altri Bluesmen si formarono, ma...
Anche in queste condizioni, la Musica è di ottimo livello!
"I've Got Love if you Want" di Warren Smith ha una storia particolarmente interessante.
Ma procediamo con ordine...
Abbiamo già visto numerosi esempi di Musicisti bianchi, che incisero nuove versioni di brani appartenenti al repertorio consolidato di qualche nero.
Non c'è, quindi, da stupirsi se Warren Smith, quando ritornò alla Sun Records per il suo quarto singolo, andò a ripescare "I've Got Love if you Want" di Slim Harpo, che aveva ascoltato alla radio, e di cui fornì una versione per molti versi originale.
Versione che, ancora una volta, testimonia il continuo intrecciarsi della Musica creata dai Bianchi e dai Neri.
Tra l'altro, furono propri brani come questo che traghettarono la tradizione dei boppers di origine Blues verso un pubblico nuovo, contribuendo così ad arricchire il genere Rockabilly.
Inoltre, è curioso che nella versione di Slim Harpo vi siano tratti di Rumba chiaramente percepibili, che andarono invece persi nell'esecuzione di Warren Smith, che a sua volta è caratterizzata da una forte irruenza,
"I've Got Love if you Want" è stata in seguito riproposta da molti musicisti e noi oggi vogliamo ricordare The Kinks, che la incisero nel 1964 e che in questo video sono ripresi dalle telecamere della BBC.
Come ben potete vedere e ascoltare, in questa versione sono notevoli i due assoli di Ray Davies, che picchiano veramente duro e da soli già varrebbero l'ascolto del disco.
Infine, eccovi la versione suggestiva degli Excellos, che dimostrano come anche ai nostri giorni si possa mantenere la carica ipnotica dell'originale di Slim Harpo.
Un'interpretazione, questa, che allontana dalla pista i ballerini di coppia, ma -quando c'è il clima giusto- la riempe di amanti dei boppers più incalzanti.
Ma ritorniamo a Warren Smith e al suo singolo Sun #286...
Il disco -anche grazie alla flip side, la piacevole ballata Country "I Fell in Love"- aveva le carte in regola per divenire un successo, se non fosse stato che, per una di quelle incomprensibili scelte di Sam Phillips...
Uscì sugli scaffali negli stessi giorni di "Great Balls of Fire" di Jerry Lee Lewis che, ovviamente, lo uccise dal punto di vista commerciale.
E così, Warren Smith fu un'altro di quegli Artisti delusi e incattiviti dalla Sun Records, perché vide sfuggirsi un successo che sentiva a portata di mano e che, certamente, si meritava.
Subito dopo "Whole Lotta Shakin' Goin' On", che vi abbiamo presentato qui, ci occupiamo ancora di un brano di Jerry Lee Lewis per la Sun Records, destinato a divenire un classico del Rock 'n' Roll.
Abbiamo già visto come Sam Phillips fosse solito lasciar scorrere il registratore, mentre Jerry Lee ripercorreva il suo apparentemente inesauribile repertorio.
Però, nel caso di "Great Balls of Fire", le cose andarono differentemente, perché questo fu -in realtà- un tentativo studiato a tavolino, per sfondare nel mercato dei ragazzini, che stavano diventando una componente sempre più importante del panorama discografico.
Tra l'altro, Sam Phillips era stato scottato dal relativamente scarso successo che Carl Perkins e Johnny Cash avevano avuto con il loro secondo disco e così, questa volta, era intenzionato a non lasciare nulla al caso.
Subito dopo la sua apparizione allo Steve Allen Show, Jerry Lee Lewis era stato scritturato per "Disc Jockey Jamboree", uno di quei filmetti allora di moda, il cui unico obiettivo era stipare nel minor tempo possibile il maggior numero di interpreti e canzoni.
Il titolo "Great Balls of Fire" era stato proposto inizialmente a Carl Perkins, ma venne poi girato a Jerry Lee, che vi lavorò a lungo (almeno... per gli standard dell'epoca), ricercando più il sicuro effetto immediato che la complessità stilistica.
E così, tra l'altro, nel famoso assolo al piano, possiamo ascoltare prima quattro glissandi e poi la stessa nota, martellata per diverse battute.
Film e disco uscirono nel Novembre 1957 e, come era facile attendersi, entrambi ebbero grande successo.
Purtroppo, però, nel giro di poche settimane, Jerry Lee Lewis commise un suicidio mediatico, sposando Myra Gale, una cugina appena tredicenne.
Questa vicenda extramusicale provocò un grosso scandalo presso il pubblico americano ed europeo e, quindi, un blocco nella carriera di Jerry Lee, che durò almeno un decennio.
Ma avremo modo di parlarvi dei tentativi della Sun Records, per porre rimedio a questa catastrofe economica, nell'ultimo singolo di questa casa discografica che, tra non molto, vi presenteremo.
Per ora, gustiamoci l'energia travolgente di "Great Balls of Fire", sia nel 45 giri, sia nella versione cinematografica.
Tra l'altro, in questo film dedicato al da molti disprezzato Rock 'n' Roll, comparvero anche Count Basie e la sua Orchestra, che accompagnarono Joe Williams.
Eccovi, allora, anche il loro video, a testimonianza del fatto che l'unica differenza che per noi conta non è tra generi musicali diversi -per i quali schierarsi, in una parodia del tifo sportivo- ma tra musica bella o brutta...